Lux Pascal, sorella di Pedro, splende nel suo esordio da protagonista nel film Miss Carbón, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma.
Lux Pascal è tante cose: un’attrice formatasi alla Juilliard, la sorella dell’amatissimo Pedro Pascal, un orgoglioso membro della comunità LGBTQ e una donna trans che ha accettato, dopo alcune iniziali perplessità, il suo primo ruolo da protagonista nel film Miss Carbón, secondo lungometraggio della cineasta argentina Agustina Macri (Soledad).
Nel film, ambientato nel 2008 e basato su una storia vera, Pascal interpreta Carlita Rodríguez, la prima donna a essere diventata minatrice nella sua città natale di Río Turbio, in Argentina, sconfiggendo la superstizione maschilista in questa remota regione della Patagonia, dove la principale fonte di reddito è l’estrazione del carbone, secondo cui le donne sarebbero causa di crolli e catastrofi e per questo andrebbero tenute lontano da un luogo di lavoro esclusivamente maschile.

Lux Pascal nel suo primo film da protagonista
“Sognavo di essere una minatrice prima ancora di sognare di essere una donna“, dice Carlita a un certo punto di Miss Carbon. Ed è questa la frase che condensa il cuore del film: due desideri che si sovrappongono, si scontrano e alla fine definiscono una individualità complessa e sfaccettata.
Ma soprattutto due battaglie, quella di classe e quella per affermare la propria identità, che vanno nella stessa direzione, ribadendo come ogni donna viva sulla sua pelle più forme di violenza e oppressione, dentro e fuori delle mura di casa, che le colpiscono proprio in quanto donne (o in quanto persone che si identificano come tali).
Scegliendo un contesto geografico e sociale estremamente specifico, estraneo rispetto a quello che fa da sfondo ai racconti cinematografici più diffusi, il film rifiuta la strada della metafora semplicistica e buona per tutti, per mettere invece in scena con rigore e precisione una storia personale, fondamentale anche solo per una comunità ristretta di persona, disinnescando la retorica del femminismo descritto per “ondate”: una narrazione sempre ristretta all’Occidente e che tende a sminuire l’eterogeneità dei movimenti di lotta e ribellione.
La tensione tra genere e classe, tra identità sessuale e posto di lavoro, alimenta la storia, plasmandola come un doppio coming-of-age: la protagonista vuole essere sia una donna che un minatore, in un contesto sociale che però non permette di essere entrambe le cose.
Il paradosso indagato dal film è tutto qui: la promessa di un riconoscimento legale complica la vita di Carla, dal momento che diventare “ufficialmente” – dal punto di vista burocratico – una donna potrebbe in realtà ostacolare il suo sogno di lavorare in miniera.

Un film di grande umanità ed empatia
Carla trova così alleati in luoghi inaspettati. Allontanata dalla sua famiglia bigotta e conservatrice, fa affidamento sulla sua amica (Laura Grandinetti) e, in modo ancora più deciso, sulla comunità di donne trans che gestisce un nightclub locale.
È proprio all’interno della comunità mineraria maschilista che queste donne si sono ritagliate il proprio spazio di potere e influenza, sfruttando il tacito, anche se inquieto, legame tra i minatori e la vita notturna che frequentano.
I rapporti di forza sono fin da subito resi evidenti dalla regia meticolosa (e forse fin troppo calcolata) di Agustina Macri, che utilizza sapientemente la grammatica del campo e controcampo per rivelare allo spettatore chi si trova in una condizione di dominio e chi, invece, in una di sottomissione.
Questo avviene specialmente nelle scene più intime e sarà proprio mutando progressivamente il proprio approccio a queste ultime (chi viene inquadrato e come) che il film riuscirà poi a comunicare efficacemente allo spettatore i cambiamenti della protagonista, che inevitabilmente finiranno per coincidere con i cambiamenti del suo “ruolo” nella società.
Si è tentati di sottolineare, e sarebbe quasi impossibile non farlo, che Macri è la figlia dell’ex presidente argentino Mauricio Macri, anti-abortista, ossessionato dai pericoli inesistenti della “teoria gender” e strenuo oppositore delle leggi su educazione sessuale, matrimonio egualitario e identità di genere.
Il contrasto è evidente: la sua attenzione empatica verso queste comunità marginali di lavoratrici e lavoratori stride con le politiche neoliberiste attuate dal governo guidato a suo tempo dal padre, caratterizzato da un aumento dei costi dei servizi pubblici, licenziamenti di massa, inflazione e perdita di potere di acquisto per i ceti più poveri. Anche in questo caso, la “lotta” cinematografica della regista Agustina Macri ha un doppio volto, come quella della protagonista del suo film.


