Dwayne Johnson, con questo The Smashing Machine, ha provato a conquistare i piani alti di Hollywood, ma purtroppo è precipitato bruscamente.
Il re della WWE, Dwayne “The Rock” Johnson, ha ormai consolidato da anni il suo intento di voler far parte della Hollywood cinematografica. Prima l’esordio ne La mummia – Il ritorno, poi una bella sequenza di blockbuster che caratterizzassero da un lato i muscoli dall’altro l’autoironia. Ed è così che ha continuato il suo viaggio nel cinema, tra scazzottate action e battute più o meno divertenti. Ma non gli bastava, non più.
Da ex campione di wrestling, e poi imprenditore di successo, arrivato ai cinquant’anni suonati, aveva l’esigenza di primeggiare anche nella settima arte. O almeno provarci. Ed ecco dunque che spunta fuori The Smashing Machine, il film scritto e diretto da Benny Safdie, dal 19 novembre al cinema, distribuito da I Wonder Pictures e prodotto da A24.
Di cosa parla The Smashing Machine
Presentato in anteprima assoluta all’82°edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e dopo aver inspiegabilmente vinto il Leone d’Argento alla regia (visti gli altri titoli in concorso), il film ripercorre l’ascesa e il crollo di Mark Kerr (Dwayne Johnson), icona del wrestling e delle MMA negli anni in cui l’UFC era ancora un territorio selvaggio.
Dominatore del ring, Kerr nasconde però un animo fragile, logorato da dipendenze e insicurezze profonde. Al suo fianco c’è Dawn Staples (Emily Blunt), divisa tra amore e frustrazione mentre la vita dell’atleta precipita in un vortice di sacrifici e autodistruzione.

Safdie vuole fare Aronofsky, ma non lo è
Una regia statica, poco virtuosa, poco efficiente, per nulla memorabile. The Smashing Machine è un biopic sportivo che di certo si distanzia da quelli classici ma che, palesemente, cerca di fare il verso al meraviglioso The Wrestler di Darren Aronofsky, anche questo tra l’altro a Venezia nel 2008.
Provando a rivoluzionare dunque il genere d’appartenenza, senza troppa originalità né talento, il film non convince né in termini tecnici né tantomeno emotivi. È vero, Safdie arriva dal brillante Diamanti Grezzi e dal memorabile Good Time, ma in entrambi i casi faceva coppia col fratello maggiore Josh e, visti i risultati, viene da pensare che forse il talento risieda più nel secondo dei due.
The Smashing Machine è l’ennesimo film sulle cadute che devono trasformarsi in rivalse ma non ha il minimo sprint per farti empatizzare con lui. Tutto rimane superficiale, tutto un po’ troppo posticcio, partendo dal make-up di Johnson e arrivando ai suoi fintissimi piagnucolii. Non è un film sbagliato, è indifferente, uno di quelli che si aggiunge al mucchio delle pellicole dimenticabili.

Quando la spalla sovrasta il protagonista
Se Dwayne Johnson non è Mickey Rourke, meno male che c’è Emily Blunt. È quest’ultima infatti, con le sue enormi capacità attoriali a rialzare un po’ la situazione, rimaneggiando questi 123 minuti e migliorandoli. Sono molte le scene in cui è l’attrice a donare quel pizzico di profondità, in un film che richiede impatto emotivo, e lo cerca chiaramente, ma senza mai trovarlo.
Dwayne Johnson è un attore da blockbuster e in quello riesce benissimo ma, come facilmente prevedibile, in questa prima prova da interprete drammatico a servizio di un film “di spessore”, si è dimostrato incapace di sostenere il ruolo. Nella veste seria non convince né riesce a spingersi oltre al punto di rottura, quello che i suoi colleghi più maturi (e capaci) sono in grado di toccare.
Sulla sfera dei combattimenti forse va un po’ meglio, è il suo pane d’altronde, ma peccato che il film voglia fare altro, ragionando sulla fisicità e il fervore del ring per arrivare alla vera battaglia di Mark Kerr, quella interiore.
A conti fatti dunque, il cinema impegnato non sembra il luogo giusto per The Rock e lo stesso vale per Safdie, che dovrebbe affinare decisamente il tiro, se il suo scopo è quello di lasciare il segno nella settima arte.


