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L’ombra del corvo, il dramma struggente con uno straordinario Benedict Cumberbatch

Dal 10 dicembre arriva al cinema L’Ombra del Corvo, il film con Benedict Cumberbatch diretto da Dylan Southern. Ecco cosa ne pensiamo.

Southern sceglie per il suo primo lungometraggio uno dei libri più importanti della letteratura inglese contemporanea: Il dolore è una cosa con le piume di Max Porter. Una sfida ambiziosa, quella di adattare un’opera che ha fatto della sua frammentazione, della sua “inconsistenza” letteraria, il proprio punto di forza.

Un complesso insieme poetico di idee e immagini, facile da leggere come una storia per bambini, inafferrabile solo come la poesia sa essere, eppure solido e appassionante come un romanzo.

Hope is the thing with feathers”, scriveva Emily Dickinson. Ed è da quel ribaltamento operato fin dal titolo – non più la speranza, ma il dolore – che Porter cominciava quel suo progetto allo stesso tempo obliquo, sfumato e intellettualmente giocoso, imbastendo la storia di uno scrittore in lutto e padre di due ragazzi, che deve fare i conti con la morte della moglie e la parallela scrittura di un libro su Ted Hughes intitolato “Il corvo sul divano”.

Quel corvo destinato poi a uscire dalle pagine e arrivare nel cuore della notte con quel suo “odore forte di putrefazione, la puzza dolciastra di pelo che hanno gli alimenti appena scaduti, e di muschio, cuoio e lievito”. Un corvo che vola direttamente dalla poesia di Hughes nella realtà per prendere il ruolo di custode della famiglia.

Dal libro al film

La storia che nell’opera di Porter passava da tre punti di vista differenti – Papà, Figli, Corvo – ed era organizzata in tre sezioni, ognuna con la propria musicalità e il proprio stile, nel film di Southern trova una maggiore rigidità (pur mentendo il meccanismo dei punti di vista che si alternano), una indiscutibile sicurezza di esecuzione che però non restituisce quel misterioso equilibrio che rendeva il libro così affascinante: il suo essere allo stesso tempo monumentale e fragilissimo.

Un libricino apparentemente innocuo, esile al tatto, di poche pagine e comunque ulteriormente diviso al suo interno, che fluttuava con la leggerezza di una piuma ma che quando si posava rivelava tutto il suo insostenibile peso.

L'ombra del corvo
L’ombra del corvo (Foto: Adler Entertainment) – NewsCinema.it

Nella trasposizione sul grande schermo, tutto è meno sfuggente e invece più nitidamente visibile, a cominciare proprio da quel Corvo così esplicitamente messo in scena, visualizzato nella sua interezza e nella sua materialità.

Un elemento amplificato dal fatto che il personaggio di Benedict Cumberbatch, nella versione cinematografica, sia un autore di fumetti, ossessionato proprio dall’aspetto di questo animale, che continuamente ridisegna, re-immagina, plasma davanti a sé. Una caratteristica, quella della figurazione del mostro, che paradossalmente conduce il film su territori più squisitamente horror, di genere, se si pensa a esempio a The Babadook.

Ed è proprio in quest’ottica che il film di Southern trova un suo senso profondo, diventando anche una riflessione sul cinema di genere, sulla sua forza primordiale, arcaica, in tempi in cui anche il dolore al cinema viene sempre più smesso smaterializzato, digitalizzato.

Il Corvo realizzato da Conor O’Sullivan (Alien: CovenantPrometheus), sulla base del design della scultrice Nicola Hicks, è una presenza viva, “artigianale”: un prodotto umano, insomma, come lo può essere appunto solo la sofferenza, la disperazione per qualcuno che non c’è più.

L’ironia della scrittura di Porter, che scompare in una messa in scena più rigorosa e seriosa, la si ritrova non solo nella voce (nella versione originale) di David Thewlis, indimenticabile protagonista di Naked, ma anche nel modo in cui la creatura ci appare agli occhi dello spettatore: un enorme pupazzo di Jim Henson, caratterizzato innanzitutto dai materiali di cui è composto, che in ogni momento potrebbero essere strappati, lacerati, danneggiati. Un dettaglio non di poco conto, che lo rende sì spaventoso ma anche vulnerabile.

Southern non ha paura di “sporcarsi” le mani, di affondarle nel genere, addirittura arrivano a mettere in scena uno scontro finale da b-movie, con due mostri che si combattono nel salotto di casa.

È proprio nel momento in cui il film si allontana completamente dalla inadattabile poesia dell’opera originale, per giocare con codici cinematografici più familiari e “bassi”, che questa trasposizione trova la sua forza, rivelandosi come un’opera tutta umana come il tormento che l’ha generata. Un film fatto di corpi, voci, persone che sono nel mondo e con il mondo devono lottare, prendendolo a pugni, per vincere la propria angoscia e andare avanti.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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